F O R M A | Verso lo Smart Urbanism - Intervista a Martina Juvara
Dopo avere collaborato con studi di urbanistica e masterplanning internazionali, Martina Juvara ha fondato Urban Silence, un'agenzia che integra tecnologia e pianificazione strategica e promuove la partecipazione pubblica. Con lei parliamo di smart cities.
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Verso lo Smart Urbanism – Intervista a Martina Juvara

Dopo avere collaborato con studi di urbanistica e masterplanning internazionali, Martina Juvara ha fondato Urban Silence, un’agenzia che integra tecnologia e pianificazione strategica e promuove la partecipazione pubblica. Con lei parliamo di smart cities.

Le città vengono attraversate da flussi incessanti di informazioni, persone e scambi. Il silenzio non sembra essere la loro caratteristica principale. Perché hai scelto di chiamare la tua azienda “Urban Silence”?

Il nome evoca il silenzio come metafora del benessere: la città non solo come fonte di idee e prosperità economica, ma anche come luogo del vivere bene e in serenità.  Il nostro impegno professionale è orientato alla riduzione dei conflitti e della cacofonia urbana in favore di benessere e opportunità di viver bene – e quindi ‘silenzio’.

Devo dire che il nome non passa inosservato – alcuni (soprattutto i giovani!) lo trovano evocativo e segno quasi di una missione personale, altri lo associano a scenari Orwelliani… Ma in ogni caso è un nome che si ricorda!

Il tuo studio è piccolo e agile. I progetti di masterplanning di cui ti occupi hanno però spesso dimensioni medie e grandi. Quali sono le strategie più efficaci per crescere in un mercato che privilegia le grandi aziende e i conglomerati?

Negli ultimi anni abbiamo preparato strategie e piani di sviluppo per città o regioni intere del Mediterraneo e del Golfo Arabo. A Londra e dintorni, il lavoro è più specialistico, e spesso mirato a trovare punti di convergenza tra le comunità, gli investitori e gli enti locali.

I vantaggi del piccolo e agile sono indiscutibili quando si lavora a scala urbana e con molti attori diversi: quasi sempre è impossibile anticipare e definire i processi – le proposte emergono strada facendo, osservando il posto, come la gente ci vive e lo usa e come sia possibile influenzare il cambiamento. Noi ci adattiamo bene a lavorare in ambiti aperti, senza necessità di calcolare esattamente le tappe e i tempi di produzione. Inoltre investiamo molto nei nostri ‘clienti’ – le città e le comunità per cui lavoriamo.

In quasi tutte le grandi aziende, il primo passo è quello di definire compiti e responsabilità e calcolarne il relativo tempo di produzione – così facendo si toglie la flessibilità e si introduce pressione a conformarsi a soluzioni preconcette o già sperimentate altrove, col rischio di ignorare le specificità locali.

Nonostante si parli di “smart cities” da più di un decennio, mappare questa frontiera dell’urbanistica non è facile. C’è chi considera la diffusione capillare della tecnologia come l’unica soluzione possibile per ridurre sprechi, consumi e congestione.  Altri denunciano che il trionfo delle “smart cities” sarà vantaggioso soprattutto per le aziende che gestiscono e commerciano dati personali in cambio di servizi “pubblici” sempre più orwelliani. Tu dove ti posizioni?

Le nuove tecnologie hanno aperto e apriranno grandissimi cambiamenti nelle città. L’idea di “smart cities” è probabilmente temporanea – tutte le città in un modo o nell’altro saranno “smart”: ti ricordi se il tuo telefono o il tuo computer sono “smart”? È un telefono, o un computer, e lo si usa ogni giorno – perché c’è e perchè serve, non perché sia “smart”.

Il fatto importante è che siamo in tempi di gran cambiamento, che avverrà in ogni caso: possiamo decidere di stare a guardare, e vedere dove ci porta, o possiamo decidere di cogliere l’occasione per cercare di attuare aspirazioni che non possiamo raggiungere altrimenti. Un esempio ovvio è quello delle macchine senza autista: dopo anni di sforzi e solo parziali successi nel ridurre l’impatto delle auto sulla vita dei cittadini, ora una nuova tecnologia è alle porte: se non si coglie ora l’occasione di creare strade e spazi pubblici a misura d’uomo, finiremo con la città immaginata in Minority Report: un flusso continuo e costante di vetture in ogni direzione.

Il commercio di dati personali non mi scandalizza tanto per via della invasione alla vita personale (una battaglia che farà il suo corso), quanto che si dovrebbe trattare di un bene collettivo, che invece è per ora troppo costoso per l’utilizzo da parte del settore pubblico.

La tecnologia può migliorare profondamente l’efficienza dei sistemi urbani. Al cuore dell’urbanistica c’è però la politica, che è impossibile da automatizzare. Tutti i progetti sono sempre soggetti al mutare di priorità, alleanze e risorse nell’arena pubblica. Come si possono far dialogare tecnologia e democrazia?

Come dicevo, le nuove tecnologie sono soprattutto un’occasione da cogliere: si può pensare ora di automatizzare progressivamente la gestione ordinaria della città, e così dare spazio al dialogo tra cittadini, amministrazioni e politici.

La gestione urbanistica, i piani di sviluppo e di traffico potrebbero un domani avere una parte decisionale, oggetto di discussione pubblica e democrazia, da cui deriva un mandato attuativo che mette i tecnici in prima fila, ed una parte ordinaria e gestionale largamente automatizzata. In questo modo, i cittadini sono i protagonisti delle direttive e delle scelte su “che città volere”, mentre ora ne sono esclusi finché non protestano.

Come molti altri osservatori, consideri che la disciplina urbanistica novecentesca sia inadatta alla gestione della città contemporanea. I piani strategici “nascono già vecchi”. L’intero sistema è “incomprensibile ai più, burocratico e noioso”. Come si può snellire senza perdere efficacia?  Come si può rendere più fruibile per tutti?

L’urbanistica di oggi è ancora basata sulle priorità dell’inizio del novecento in Europa ed America: mirava principalmente a risolvere i problemi di salute pubblica in momenti di grande immigrazione dalle campagne e a far spazio a ferrovia e automobile. A quell’epoca, la famiglia nucleare era una grande innovazione sociale, la piramide demografica era diversa, e la città era fermamente considerata un “male necessario” e il centro di vizi, che studiosi e governanti benevoli cercavano di risolvere.

Nessuno all’epoca pensava di coinvolgere i cittadini nelle decisioni. Per i politici l’urbanizzazione era anche una questione economica e di investimenti: urbanizzare i terreni costa, ma genera anche profitto Rendere trasparenti e comprensibili le decisioni non era certo uno degli obiettivi principali dei decision-makers.

In anni più recenti, e qui in Inghilterra soprattutto, si è cercato di giustificare le scelte urbanistiche con relazioni tecniche sempre più complesse e legalistiche: un muro impenetrabile per gran parte della gente. Ora questo processo di studi tecnici giustificatori è talmente ingolfato, che non può tenere il passo: i dati e le raccomandazioni sono vecchi prima ancora che il piano sia nato. Quindi il fallimento è doppio: in termini di democrazia ed in termini di validità.

Potenzialmente, i nuovi sistemi di dati hanno tre grandi vantaggi: prima di tutto sono per lo più estratti dalle persone e da quello che fanno – e quindi indirettamente informati dai cittadini. Secondariamente sono raccolti a ciclo continuo – e con la possibilità di essere usati e analizzati dinamicamente e in tempo quasi reale. E infine, c’è molta più disponibilità tra i nuovi operatori a creare infografiche e piattaforme digitali intuitive, e rappresentazioni dello sviluppo urbano in 3D e in VR. Ancora non è facilissimo, ma URBAN Silence ha già sperimentato in questo campo – e con risultati promettenti.

Il ventunesimo secolo pone questioni profonde sulle diseguaglianze energetiche, economiche e sociali delle città. Sembra che una visione strategica sia fondamentale, ma gli enti locali vengono progressivamente svuotati di risorse, funzioni e prestigio.  Intanto aziende multimiliardarie globali ma senza centro geografico cambiano profondamente gli equilibri delle città. Che consigli daresti ai professionisti che sono chiamati a reinventare il ruolo dell’urbanistica pubblica?

Nel mondo economico in cui viviamo, poche città possono bilanciare il potere delle multinazionali. Anche se molte città generano un PIL enorme, solo poche sono gestite da un sindaco e consiglio comunali comparabili ai quadri di un’azienda. La carenza di risorse economiche e il ruolo sempre più limitato degli enti locali sono un vero problema, che porta ad accettare quel che porta il settore privato, invece che dare le direttive necessarie a regolarlo.

Per noi professionisti spesso non è facile lavorare per clienti con poche risorse e magari rassegnati da pressioni di ogni genere. Ma quando se ne presenta l’opportunità non dobbiamo rinunciare alla visione strategica e mai accettare di rispondere con visione ristretta a domanda ristretta, quando le conseguenze possono essere significative. Mi spiego meglio: nulla impedisce ai professionisti dell’urbanistica di avere visione d’insieme e di consigliare i propri clienti del settore pubblico come se questi fossero clienti privati – anche se non è espressamente richiesto. Tutte le volte che ci si adatta all’urbanistica obsoleta e burocratica, perché tanto non ci viene chiesto di più, è come se ci togliessimo il tappeto da sotto i piedi da soli.

Nel 2014 Rem Koolhaas si è domandato se le smart cities siano in realtà condannate ad essere stupide. Come può una città-macchina in cui tutti i flussi sono monitorati e tutti gli errori risolti a monte da algoritmi conservare spazio per l’imprevisto, la creatività, l’umanità?

La città-macchina è un’idea che non esiste – come la città come sistema di infrastrutture. La città è fatta di persone e di scambi tra persone  e per questo non è perfettibile, né prevedibile. È solo indirizzabile. Credo che quello che Koolhaas intendesse dire è la smartness non sta negli algoritmi, ma in quello che gli algoritmi ci permettono di fare.

D’altro canto, i calcoli automatizzati che risolvono alcuni dei problemi di tutti i giorni sono il primo gradino dell’innovazione: ci lasciano tempo per fare altro.

Quale credi che sarà l’innovazione più importante per l’urbanistica nei prossimi cinque anni?

Non ho dubbi: l’uso di dati a ciclo continuo e la creazione di pannelli dinamici di monitoraggio dello sviluppo o del cambiamento. a qui a passare alla pianificazione  strategica continuata è un salto concettualmente grosso, ma tecnicamente logico e necessario. Invece di aspettare, per esempio, che una parte della città sia in crisi, con tutte le conseguenze sociali e i costi che questo comporta, si avrebbe la possibilità di vedere quando un cambiamento di traiettoria si innesta e pensare alle soluzioni in anticipo.

La domanda più difficile: tre libri che tutti gli urbanisti dovrebbero avere nella loro biblioteca.

Come punto di partenza, in questo momento, direi “The Triumph of the City” di Edward Gleaser – un classico che confuta l’idea di città come problema. Il messaggio centrale del libro è alla base del recente lavoro di UN Habitat sfociato nella New Urban Agenda l’anno scorso.

Un altro libro che sto leggendo ora è “La Città Medievale” di Alberto Grohman: una riflessione spaziale ed economica delle città quando e entità statali centralizzate  avevano poco peso – una circostanza in cui forse ci troviamo ancora.

Un libro che mi ha dato da pensare, ma di cui non condivido le conclusioni, è “A Planet of Cities”, di Angel Schlomo. Essenziali osservazioni sulla crescita delle città a livello planetario e sulla necessità del controllo. Ma, a mio parere, completamente fuori strada nelle conclusioni in cui Schlomo considera che l’espansione urbana a basso costo non ha conseguenza per il benessere di chi poi nella città ci abita.

 

 

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